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GLI USI (parte terza).


"LA Domenica delle Palme"

Una volta, il tempo di Quaresima si rispettava davvero. Non si mangiava carne, non si celebravano nozze, non si facevano feste, non si intraprendevano viaggi di piacere o gite di alcun genere. Due eccezioni alla regola erano i giorni di S. Giuseppe e dell’Annunziata (quando capitavano in Quaresima) e in quei due giorni, oltre alla tradizionale lagana con le alici, c’erano i falò.
Nella settimana precedente la Domenica delle Palme, le mamme preparavano i tradizionali dolci pasquali, i corrugoli cioè delle ciambelle scarcelle con l’uovo sodo sopra; erano cosparse di anisini multicolori e, qualche volta, ricoperte di zucchero (giuleppe). Oggi il corrugolo è stato sostituito con l’uovo di cioccolata.
Con la stessa pasta del “corrugolo”, le mamme confezionavano pupazzi o galline con l’uovo fra le braccia e, con la stessa pasta annerita col vin cotto, confezionavano il monaco e la monaca. E, ancora, le sasanelle, gli occhi di S. Lucia, i taralli bolliti e ngeleppete e tante uova sode colorate con le carte veline. Tutte queste cose dovevano servire per il giorno delle Palme per offrirle a quei ragazzi che avrebbero portato la palma.

LE PALME

Noi ragazzi ci svegliavamo presto quella Domenica per andare al Calvario a far benedire le Palme.
Le Palme, prima, erano soltanto i rami di ulivo e quella mattina i contadini ne portavano al Calvario intere fascine, dalle quali noi ragazzi attingevamo per la nostra provvista (con il beneplacito dei proprietari).
Rientrati a casa con una buona scorta di rami d’ulivo, le mamme ci davano uno di quei fazzolettoni colorati a quadroni e noi partivamo per il “giro delle Palme”.
Avevamo l’obbligo di portare la palma: ai vicini di casa, a quella di faccembrounde (dirimpetto), a quella d’apparaite (a fianco), alla comare, alle zie, ai nonni, ai cugini, ai parenti, agli amici. Un giro che durava sino a mezzogiorno. A ciascuna di queste persone si dava la palma e si diceva la famose frase: “cume te piesce a ssegnieregghie “,cioè “come piace a Signoria”, che voleva dire: dammi ciò che più ti piace. E tutti ci davano quelle cose che avevano preparato per l’occasione e il fazzolettone cominciava a riempirsi.
Una cosa importante in questo giorno era: fare la pace. Se qualche famiglia era in lite con un’altra famiglia, era d’obbligo mandare la palma con i propri bambini in segno di pace. Se due amici avevano litigato e non si salutavano più, ebbene, il più piccolo avanzava incontro all’altro con la palma in mano. Non vi pare bello tutto questo?
Tutte quelle cose buone raccolte nel fazzolettone dovevano essere consumate al papriolo. Ma si decimavano strada facendo, perché noi ragazzi, di tanto in tanto, durante il giro, ci sedevamo a qualche peseule (gradino) e cominciavamo a mangiarle. Molte volte, quando il giro era lungo, il fazzolettone si riempiva ed allora noi andavamo di corsa a casa a svuotarlo in un canestro per poi ritornare a riprendere il giro.
A quei tempi si usava , in alcuni ambienti, che il fidanzato ufficiale regalasse alla fidanzata una bambola che, dopo le nozze, la sposa teneva sul letto come un soprammobile. In alcune case esiste ancora quella bambola adagiata sul letto! Era in vago una canzone di Redi e Nisa che diceva:” voglio offrirti una bambola rosa piccolina come te / e il regalo che si offre a una sposa / come te”. Oggi invece si regala l’uovo di cioccolato...
Il dovere di portare la palma non spettava solo a noi ragazzi. Anche gli adulti erano tenuti ad alcuni doveri: la fidanzata portava la palma alla futura suocera; i coniugi ai compari e alle comare d’anello; i battezzati e i cresimati ai rispettivi padrini e madrine; i figli sposati ai propri genitori e... si stava molto attenti a non venir meno a questi doveri.

GIOVEDÌ SANTO


Nelle prime ore della mattina, tra le otto e le nove, veniva fuori dalla chiesa di S. Domenico, oggi Maria SS. del Rosario, una processione chiamata dei Misteri.
Erano formata da tante statue di cartapesta, che esistono ancora oggi,